A cura di Angelo Meda, Responsabile Azionario di Banor
Il biathlon
Pazienza e disciplina nell’era dell’intelligenza artificiale.
Il biathlon è uno sport che stiamo ammirando in questo periodo olimpico: rappresenta l’evoluzione in disciplina sportiva di pratiche militari e venatorie, unendo lo sci di fondo al tiro a segno con la carabina.
La caccia sugli sci è rappresentata su pitture rupestri risalenti a 3.000 anni prima di Cristo ed è presente in documenti storici di vari continenti, dalla Norvegia alla Cina. Le origini come disciplina sportiva risalgono al 1767, con una gara tra Svezia e Norvegia; diventa disciplina olimpica maschile negli anni ’50, mentre le gare femminili vengono introdotte nel 1992. Sebbene in Paesi come l’Italia o la Svizzera venga seguito maggiormente durante le Olimpiadi invernali, nei Paesi scandinavi e in Russia è tra gli sport più popolari e in Cina stiamo assistendo a una forte diffusione, soprattutto nelle gare femminili.
Anche sui mercati finanziari sembra che stiamo assistendo a una gara di biathlon. La prima fase, quella dello sci di fondo dove si percorrono 10-20km per gli uomini e 7,5-15km per le donne, è paragonabile al rialzo costante degli indici azionari, spinti da una continua crescita degli utili e da un sostegno fiscale che sta prendendo piede anche in aree da sempre considerate meno propense a utilizzare la leva dei bilanci statali come Europa e Giappone. Se guardiamo il grafico degli ultimi 20 anni di borsa, la salita è stata pressoché costante, interrotta solamente da qualche episodio che ha creato timori temporanei, come il Covid, il rialzo dei tassi o il liberation day. Ma il buon trend sottostante di crescita economica è stato certificato anche da un PIL americano che negli ultimi 6 anni è salito tra il 2,2 e il 2,9%, con poche variazioni.
Successivamente si arriva al poligono di tiro: nelle gare si spara a cinque bersagli a 50 metri di distanza, posizionandosi a terra o in piedi. In questo momento il bersaglio sui mercati lo stiamo vedendo sulle società che sono potenzialmente esposte al rischio di disintermediazione, come dimostra la debacle del settore software: un ETF sul settore software in USA da inizio anno perde il 22%, 20 punti peggio dell’indice Nasdaq. I cinque bersagli presi di mira dal mercato sono:
1) software, perché l’intelligenza artificiale può sviluppare rapidamente le righe di codice che finora hanno richiesto migliaia di ore di lavoro;
2) società di IT services, ovvero quelle che si occupano di consulenza per l’implementazione di soluzioni informatiche;
3) asset manager, perché potrebbero arrivare algoritmi che automatizzano il lavoro dei consulenti finanziari;
4) società di analisi di dati, come FactSet e London Stock Exchange, i cui servizi possono essere effettuati dall’intelligenza artificiale a costi sensibilmente inferiori;
5) portali verticali internet, come ad esempio i siti di annunci di auto e case, perché anche in questo caso si pensa che ChatGPT o Gemini possano fornire direttamente agli utenti le risposte che cercano.
Nel biathlon se si sbaglia un tiro si deve scontare una penalità che può essere un giro di 150 metri oppure un minuto in più sul tempo finale di gara. Sui mercati questa malus non esiste: non è sufficiente per le aziende dei settori sopra citati investire in intelligenza artificiale, fare buyback, mostrare utili in crescita o alzare il dividendo. La storia ci dimostra che anche in altri casi di transizione tecnologica, come internet, il commercio online e il cloud, le società potenzialmente colpite possono rimanere penalizzate sul mercato anche per anni, in attesa che arrivi l’impatto. Basti pensare all’editoria: un titolo come New York Times ha perso il 60% tra il 2004 e il 2007, anni buoni per la borsa, con utili ancora stabili. Ma il mercato era disposto a pagare sempre meno quegli utili, riducendo il multiplo da 20 a 10 volte al minimo. Tante società editoriali in quegli anni hanno poi subito l’effetto dell’online e sono fallite, ma chi è riuscito a sfruttare contenuti e tecnologia è risorto, come il caso del New York Times, il cui titolo è risalito dai 10$ del 2017 agli attuali 72$.
Dobbiamo quindi entrare una nuova ottica di investimento in questi settori, senza aspettarci rimbalzi rapidi di questi titoli, nonostante le rassicurazioni del management o l’uscita di utili che rimangono costanti o addirittura crescono. Bisogna invece analizzare ogni singolo titolo e settore concentrandosi su aspetti quali la rapidità con cui può arrivare l’impatto della nuova tecnologia, la reazione delle aziende e soprattutto la possibilità di avere spazio per investire e non essere limitate da un fardello di debito che riduce i margini di manovra.
Con la pazienza poi possono arrivare i risultati. Charlie Munger, il leggendario braccio destro di Warren Buffett, una volta disse: “I grandi soldi non sono nel comprare o nel vendere, ma nell’attesa”, quindi se le società identificate saranno in grado di sfruttare la nuova ondata tecnologica, allora abbiamo davanti le più grandi occasioni di investimento dei prossimi anni.
Vincere la medaglia d’oro (che, per la cronaca, quella olimpica vale circa 2.000€ essendo composta per 500 grammi d’argento e solo rivestita d’oro) non sarà facile: per questo è necessario mantenere il sangue freddo ed evitare di buttarsi a capofitto sui titoli che perdono il 10% o il 20% a causa di timori ingiustificati. Sappiamo che il mercato può rimanere irrazionale molto più a lungo di quanto si possa rimanere solventi, ma se una società non ha vincoli finanziari, se sta sfruttando le occasioni che si presentano e se riesce a superare l’impatto dirompente delle nuove tecnologie trasformandosi o continuando per la sua strada, allora prima o poi si verrà premiati e la medaglia potrà anche essere di un metallo che vale più dell’oro.
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