A cura di Angelo Meda, Responsabile Azionario di Banor
Non è tutto oro quello che luccica
Il confine sottile tra protezione e speculazione.
È impossibile non commentare quanto sta accadendo nel comparto dei metalli preziosi e le conseguenze che sta portando sui mercati finanziari. Secondo quanto riporta l’Istituto Treccani, il proverbio “non è tutto oro quello che luccica” significa che spesso l’apparenza inganna, non è tutto positivo ciò che all’apparenza sembra tale, non tutto ciò che splende esteriormente è in realtà prezioso.
Nella gestione di un portafoglio l’oro ha sempre avuto una funzione: difendere quando le cose vanno male, proteggere dall’inflazione e dall’incertezza, essere una polizza assicurativa per i tempi bui. Non è possibile fornire un numero magico di quanto oro inserire in un portafoglio per ottimizzare il rapporto rischio/rendimento perché dipende da diversi fattori, ma senza dubbio fino a poco tempo fa era pensiero comune che una quota tra l’1% e il 5% fosse corretta come protezione da scenari avversi.
In seguito, si è messa in dubbio la funzione dell’oro, proponendo in alternativa altre attività finanziarie meno consolidate, Bitcoin in primis, ma senza successo. Dopodiché, per una serie di ragioni (considerando che tutte le bolle speculative partono da fondamenti di verità), il metallo giallo si è trasformato in un bene speculativo, che ha trainato nel vortice anche altri metalli, ad esempio l’argento.
Come si può valutare l’efficacia dell’introduzione di oro in un portafoglio data la volatilità e il rialzo parabolico delle ultime settimane? In realtà esiste un indicatore, semplice e chiaro: il coefficiente di correlazione. In condizioni normali, l’oro dovrebbe avere un coefficiente di correlazione contro le altre attività finanziarie vicino allo zero, ovvero muoversi in totale indipendenza. Nel peggiore dei casi, in alcuni momenti di tensione, dovrebbe avere una correlazione più vicina al -1, quindi in caso di discesa dei mercati l’oro dovrebbe salire.
Le due cose che dovrebbero muoversi in modo inverso o indipendente sono l’oro e un paniere di azioni cosiddetto “momentum”. La strategia momentum prevede l’acquisto dei titoli che sovraperformano l’indice e la vendita di quelli che sottoperformano; si basa sull’idea che i trend sono destinati a continuare e tende a cavalcarli. L’oro, invece, dovrebbe fare da cuscinetto, dovrebbe difendere da guerre, inflazione e perdita di potere di acquisto della moneta. Invece, negli ultimi sei mesi la correlazione tra oro e strategia momentum è stata la più alta della storia (attorno a +0,5, la media storica è poco sotto lo zero), segnale che anche gli investitori si sono lanciati sul metallo giallo per speculare più che per proteggersi.
Il motivo principale, il fondo di verità, per cui è partita la corsa all’acquisto di oro è il cosiddetto “debasement” del dollaro, ovvero la paura che per onorare i propri debiti in futuro il governo americano debba stampare sempre più dollari, creando inflazione monetaria e svalutando il biglietto verde. Non essendoci alternative credibili e sufficientemente liquide nel resto del mondo finanziario, il denaro alla ricerca di un porto sicuro si è indirizzato sull’oro. Ma questa narrativa ha un punto debole: se veramente si pensasse al debasement del dollaro, le aspettative di inflazione sarebbero molto più alte e la valuta si deprezzerebbe in modo molto più significativo rispetto a quanto stiamo vedendo sui mercati.
Torniamo quindi all’assioma che determina il prezzo di qualunque cosa in libero mercato: il punto di incontro tra la domanda e l’offerta. Se l’offerta è abbastanza rigida, come avviene nel caso dei metalli che hanno bisogno di mesi (se non addirittura anni) per incrementare la produzione, è la domanda a fare la differenza. Nel caso dell’argento ci sono stati alcuni segnali di una domanda totalmente irrazionale: il volume di scambi sull’ETF sull’argento la scorsa settimana in alcune giornate ha superato i volumi sull’ETF sull’indice S&P500, fatto mai avvenuto in passato. Nel caso dell’oro, una statistica sconvolgente mostra come, solo nella giornata del 30 gennaio, si sia scambiato sui mercati finanziari un volume pari a 180 volte quanto viene prodotto in un anno. Si stanno anche leggendo racconti di fisici e geologi che stanno raccogliendo denaro per creare la “pietra filosofale”, ovvero di ingegnerizzare quello che è già possibile oggi in laboratorio: produrre oro tramite un batterio (Cupriavidus metallidurans) o tramite un processo chimico (la trasmutazione nucleare del mercurio), qualcosa che fino a poco tempo fa non era economicamente sostenibile, ma con le ultime quotazioni dell’oro si avvicina alla fattibilità finanziaria.
A parte questi progetti ancora molto lontani dal diventare realtà, stiamo commentando da diverso tempo un mercato in cui c’è molto denaro rapido (“fast money” in inglese) pronto a saltare da un tema all’altro alla ricerca di rendimenti facili e veloci. Tutto ciò è esasperato dalla costruzione di prodotti, piattaforme e strumenti derivati che rendono semplice cavalcare una tematica, un trend, un’idea sfruttando la leva finanziaria.
Per chi invece si occupa professionalmente di gestioni di portafogli, è importante trovare attività finanziarie decorrelate che permettano, una volta introdotte in un portafoglio, di non avere “tutte le uova nello stesso paniere” e di diversificare davvero per non ritrovarsi in un altro 2022, in cui tutte le attività finanziarie hanno mostrato rendimenti negativi.
Qui vedremo veramente cosa luccicherà e cosa no nei portafogli: non saranno tanto i rendimenti, ma la capacità di trovare delle attività finanziarie che creino l’effetto diversificazione, che è l’unico “pasto gratis” a disposizione sui mercati. Ciò sarà possibile a patto di saper valutare non solo le caratteristiche di ogni strumento ma anche le correlazioni tra le varie attività che non rimangono costanti nel tempo ma evolvono, non sempre nella maniera sperata.
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