A cura di Angelo Meda, Responsabile Azionario di Banor

L’unica certezza è l’incertezza

Come investire quando il navigatore dei mercati continua a “ricalcolare il percorso”.


In teoria, i mercati finanziari amano le certezze. In pratica, trascorrono buona parte del tempo a cercare di prevedere eventi che nessuno conosce, attribuendo poi grande importanza a previsioni che potrebbero venir corrette il mese successivo. È un mestiere curioso: si pretende precisione al decimale in un mondo che cambia idea prima ancora di aver terminato la frase.

Nelle ultime settimane l’unica vera certezza è stata l’incertezza. Non sappiamo dove si stabilizzerà il prezzo del petrolio, non sappiamo fino a quale livello saliranno i tassi d’interesse e non sappiamo quale direzione prenderà la politica europea dopo i recenti risultati elettorali tedeschi e tanti altri appuntamenti elettorali in vista. In compenso, sappiamo che ogni nuova informazione verrà immediatamente trasformata in un movimento di mercato, possibilmente molto più ampio di quanto la notizia meriterebbe.

Nonostante tutto, le Borse mondiali hanno dimostrato una notevole capacità di adattamento. L’indice azionario globale si avvia verso la migliore settimana dall’inizio di agosto, sostenuto dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale e dalla speranza di un miglioramento delle forniture energetiche mediorientali. L’Europa ha recuperato terreno e Wall Street continua a muoversi non lontano dai massimi. Sotto la superficie, tuttavia, il mercato obbligazionario racconta una storia molto meno rilassata, con il rendimento del Treasury decennale americano sopra il 5%, mentre i titoli di Stato dell’eurozona accumulano da diverse settimane rialzi dei rendimenti. Formalmente sembrerebbe una situazione stabile, ma sarebbe prematuro definirla tranquilla.

La prima grande incognita riguarda il petrolio. Nelle ultime settimane il Brent è prima salito oltre 109 dollari al barile, poi è tornato verso quota 100 sulla prospettiva di un’attenuazione delle tensioni in Medio Oriente e di una possibile riapertura dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz. Il problema è che tra 100 e 109 dollari non cambia soltanto il conto alla stazione di servizio, ma cambiano anche le aspettative d’inflazione, le decisioni delle banche centrali, i margini delle imprese e il reddito disponibile dei consumatori.

Quando sale, tornano i timori inflazionistici, aumentano i rendimenti obbligazionari e soffrono i titoli più sensibili ai tassi. Quando scende, bastano poche sedute perché gli investitori ricomincino a parlare di disinflazione, tagli futuri e atterraggio morbido. Il tutto mentre il quadro geopolitico può cambiare tra l’apertura dei mercati europei e quella di Wall Street. L’incertezza energetica non suggerisce necessariamente di inseguire il petrolio dopo ogni rialzo, bensì di chiedersi quali società possano preservare i margini se l’energia resta cara e quali, invece, abbiano costruito i propri obiettivi ipotizzando che tutto torni rapidamente alla normalità.

La seconda incertezza riguarda la politica monetaria. Nel mese di settembre la Federal Reserve ha aumentato i tassi di 25 punti base, portando il corridoio sui federal funds al 3,75-4,00%. Pochi giorni prima, anche la Banca centrale europea aveva alzato il tasso sui depositi al 2,50%, spiegando che le pressioni energetiche continueranno a mantenere l’inflazione sopra l’obiettivo più a lungo del previsto. L’elemento davvero nuovo non è il singolo rialzo, ma il cambiamento delle aspettative. Per mesi gli investitori si sono interrogati sulla velocità con cui le banche centrali avrebbero ridotto i tassi. Ora la domanda è diventata improvvisamente un’altra: quante strette saranno ancora necessarie e, soprattutto, dove si trova il nuovo livello “neutrale”?

La risposta non è accademica. Con un rendimento privo di rischio superiore al 5%, ogni investimento deve giustificare il proprio prezzo con maggiore convinzione. Le azioni costose devono produrre crescita reale, il private equity non può più affidarsi esclusivamente alla leva e l’immobiliare deve rifinanziare il debito a condizioni meno favorevoli.

I mercati azionari stanno però reagendo in modo selettivo: la tecnologia e i titoli legati all’intelligenza artificiale continuano a beneficiare della crescita degli investimenti, mentre le società più indebitate o con utili molto lontani nel tempo risentono maggiormente dell’aumento del costo del capitale.

La terza fonte di incertezza arriva dalla politica. Le elezioni regionali tedesche di settembre hanno mostrato un forte indebolimento dei partiti tradizionali, dando un messaggio politico rilevante: in Germania si sta erodendo il centro, proprio mentre il Paese deve affrontare costi energetici elevati, invecchiamento demografico, debolezza industriale e crescente concorrenza cinese.

Per i mercati, il problema non è soltanto chi vince le elezioni, conta soprattutto la capacità di costruire maggioranze stabili, approvare riforme e mantenere credibilità fiscale. Una coalizione politicamente più fragile potrebbe rallentare gli interventi necessari oppure ricorrere a misure di spesa più popolari nel breve periodo ma meno sostenibili nel lungo termine. La Germania, un tempo considerata affidabile, oggi appare più meno stabile e imprevedibile.

Come si investe quando non si conosce il finale? La soluzione non è prevedere meglio ogni singolo evento, ma costruire portafogli che non dipendano da un unico esito, privilegiando società con bilanci solidi, elevata generazione di cassa e potere di prezzo. Significa anche diversificare non soltanto tra molti titoli, ma tra differenti motori di rendimento, come crescita strutturale, dividendi, carry obbligazionario, infrastrutture, asset reali e situazioni aziendali specifiche. Anche la liquidità riacquista valore come riserva di flessibilità, permettendo di trasformare le correzioni in opportunità.

Non conosciamo il percorso esatto degli eventi, sappiamo però che le imprese continueranno a investire, i consumatori ad adattarsi e i mercati a cercare di anticipare il futuro. In questo contesto, il compito del gestore non è eliminare l’incertezza, ma evitare che una singola previsione sbagliata comprometta l’intero viaggio.


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