A cura di Angelo Meda, Responsabile Azionario di Banor
La prima legge di Newton
L’inerzia che sostiene i mercati
Isaac Newton è stato uno dei più grandi scienziati della storia e le teorie che portano il suo nome sono ancora fondamentali per lo studio di matematica, fisica e astronomia. Una delle più importanti è la prima legge della dinamica, secondo cui un corpo mantiene il suo stato di quiete (fermo) o di moto rettilineo uniforme (velocità costante in linea retta) se la risultante delle forze esterne che agiscono su di esso è nulla.
L’inerzia è quindi la resistenza di un oggetto a cambiare il proprio stato. In un modello fisico teorico, l’accelerazione (o la frenata) è nulla e il corpo percorre spazi uguali in intervalli di tempo uguali, senza attriti o forze esterne che ne alterino il moto.
Guardando i mercati azionari, viene da pensare a questo moto rettilineo uniforme: gli indici azionari stanno segnando nuovi massimi e, nonostante gli alti e i bassi, le oscillazioni sembrano ridursi, lasciando una linea retta di rialzo.
Possiamo quindi dire che i mercati siano destinati a salire in modo costante e che ogni storno sia un’occasione di acquisto?
Finora è stato così, ma solo per un motivo: l’andamento degli utili è stato molto più forte della geopolitica. L’introduzione dei dazi circa un anno fa, la guerra Russia-Ucraina, il Venezuela e l’Iran non hanno intaccato l’andamento delle aziende, che è stato più resiliente e costante di quanto ci si potesse aspettare. Tornando indietro di dodici mesi, nessuno avrebbe scommesso su una crescita a doppia cifra degli utili, in accelerazione nonostante le incertezze macroeconomiche, la frammentazione del mondo e i conflitti geopolitici che verosimilmente continueranno ad esserci.
Siamo però in una fase storica in cui la concentrazione è molto alta. Infatti, è vero che l’indice azionario americano S&P500 è ai massimi storici, ma solo tredici società delle 500 che lo compongono sono ai livelli record. Le altre sono mediamente distanti il 12% dai vertici e sono principalmente le aziende della cosiddetta old economy, quindi industriali o poco esposte al tema del momento, ovvero l’intelligenza artificiale. Si stima che il 40% della crescita degli utili americana derivi da investimenti in datacenter, cloud o algoritmi per lo sviluppo di intelligenza artificiale. Se includiamo anche l’energia necessaria per sostenere questi sviluppi tecnologici si sale ben oltre il 50%.
Analizzando i consumi, sembra che questi non siano stati impattati dalla guerra: se il prezzo della benzina è salito di oltre il 40% negli USA dall’inizio del conflitto, costando circa 140 miliardi di dollari al consumatore americano, l’aspettativa è che venga compensato da una riduzione del tasso di risparmio, già compresso dall’aumento dell’inflazione degli scorsi anni.
Siamo quindi in un mondo inerziale dal lato delle aspettative di mercato: ci si aspetta che tutto vada avanti come prima, attingendo dalle riserve e continuando lo sviluppo basato su un modello che combina consumi e investimenti. Questi ultimi appaiono concentrati nel settore tecnologico, con la differenza che un tempo le big tech erano caratterizzate da un’elevata generazione di cassa grazie a modelli di business capital light.
In Europa stiamo attingendo alle riserve, non quelle del risparmio privato, che rimangono elevate e difensive, ma dai debiti pubblici. Ci possiamo aspettare un aumento dei deficit per i prossimi anni per la maggior parte degli stati europei, spinto da iniziative per contenere l’aumento dei costi energetici, da politiche per la sovranità energetica (con un possibile ritorno sulle rinnovabili) e da spese per la difesa che sono attese in crescita per almeno un decennio, dopo essere state in declino dalla fine della guerra fredda.
Nuovamente, si vede uno stato di inerzia che favorisce i settori più tradizionali come le banche e l’energia, ma lascia un po’ nel limbo i titoli legati ai consumi e agli investimenti, che non beneficiano delle dinamiche americane.
Anche sull’economia cinese si percepisce un senso di inerzia: da un lato, la politica di comunicazione del governo di Pechino tende a reprimere ogni problema; dall’altro, le aziende finanziate e coordinate dal governo locale e provinciale stanno lavorando sotto traccia per costruire un sistema tecnologico e industriale alternativo a quello americano, basato su investimenti e sviluppo di competenze locali.
Questo stato di inerzia non è stato toccato dalla geopolitica e dalle tensioni tra i governi. Infatti, le aziende hanno continuato il loro sviluppo e le loro politiche di investimento. Finché queste non cambieranno, non ci saranno forze che possono alterare in modo significativo il moto dei mercati. Per questo vanno monitorate sempre con maggiore attenzione le politiche di investimento dei colossi della tecnologia: se e quando rallenteranno gli investimenti in conto capitale, verrà meno una delle più importanti leve che hanno sostenuto il rialzo dei mercati.
Se non si troverà un’ulteriore spinta, l’inerzia si fermerà e vivremo tempi più incerti. Fino a quel momento corriamo su questo rettilineo uniforme.
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